sabato 16 aprile 2011

La Chiesa che ha smarrito la natura profetica

Ho ricevuto da Samuele De Bettin la riflessione che segue e la pubblico volentieri su Lospiritodigioele.

Il 3 settembre 2000 la Chiesa cattolica decise di additare ad esempio di virtù cristiane uno dei papi più popolari e venerati di sempre: Giovanni XXIII. Il ricordo ancora vivo del suo breve ma intenso pontificato, ridestato dalle frequenti repliche televisive dei suoi discorsi, hanno completamente oscurato il fatto che, lo stesso giorno, un altro romano pontefice veniva elevato all’onore degli altari: Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti. All’epoca la cosa mi era subito apparsa un incredibile esercizio di equilibrismo teologico-politico, al limite del grottesco! Vaticano II e Vaticano I in un fraterno abbraccio, Pacem in Terris e Sillabo, Mater et Magistra e non expedit, il papa buono e il papa re, le carezze ai bambini e le pallottole ai garibaldini. Tutto e il contrario di tutto. Supremo esercizio di relativismo teologico! Il papa che leggeva i segni dei tempi con gaudium et spes, frenato dal papa che, come la moglie di Lot, guardava indietro all’anacronistico potere temporale, le aperture alla collegialità conciliare stemperate dall’infallibilità del papa; il principio di non contraddizione mandato in soffitta, il trionfo dell’antitesi, dell’antilogia, dell’ossimoro: Protagora in gloria! Più verosimilmente la vittoria della chiesa della paura, della chiesa di Pietro prima del canto del gallo. Paura del nuovo, paura della profezia. Appare evidente come dietro a queste scelte vi siano precisi disegni di politica ecclesiastica: affidiamo pure alla venerazione popolare quel discolo di Roncalli, che ha spinto sull’acceleratore delle riforme, ma gli affianchiamo il volto arcigno di Mastai Ferretti, che saprà contenerne l’esuberanza con qualche scappellotto restauratore.
Credo proprio che il punto sia questo. Sottolineare il valore della santità, oltre a presentare una lunga serie di contraddizioni evidenti, ha portato la Chiesa a smarrire il valore e il significato della profezia. Se concediamo (sic!) che Giovanni XXIII e Pio IX siano entrambi beati, non possiamo certo dire che sono stati entrambi profeti. Non è certo possibile liquidare semplicisticamente il millenario culto dei santi, sovente così importante nella pietà popolare, ma questo non ci può esimere dalla denuncia dell’idolatria e della superstizione che questa prassi ha portato con sé. Il pontificato di Giovanni Paolo II, il papa che nella storia ha proclamato più beati e santi di chiunque altro, ha accentuato questo fenomeno. È noto come il culto dei santi e la dottrina delle indulgenze ad esso collegato sia uno dei maggiori ostacoli sulla via dell’ecumenismo. Appare molto difficile far capire ai protestanti il senso del lungo e complesso iter canonico della beatificazione, l’applicazione dei principi del diritto romano alle questioni escatologiche, la burocratizzazione dell’aldilà, fino alla contabilizzazione del miracolo, conditio sine qua non della Santità. Francamente trovo difficile farlo capire al comune buon senso. “Beati coloro che, pur non avendo visto, crederanno”: ritengo che una chiesa che ha bisogno di segni tangibili, ancorché soprannaturali, sia una chiesa che, come Tommaso Apostolo, si fida poco dei fratelli, in ultima istanza si fida poco anche di Dio. In tutto ciò che ne è della profezia? Come mai di una beatificazione di Don Lorenzo Milani o di un Mons. Romero non c’è traccia? L’aver costretto l’intero apparato educativo italiano a rivedere le proprie posizioni o morire da martire per i propri fedeli non sono virtù da additare ad esempio? È proprio così grave essere degli spiriti liberi?
Una chiesa che timorosa si guarda indietro alla ricerca di sicurezze fondate su una strana alchimia di dogma fideistico e certezza scientifica, è destinata a trasformarsi in una statua di sale. Non credo che sia compito della chiesa essere ragionevole. Dire che lo Stato italiano non può accogliere tutti gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste può essere sensato e ragionevole, ma per questo abbiamo i politici, i tecnici del governo e della protezione civile, abbiamo il dibattito democratico e l’opinione pubblica. Ricordare che l’accoglienza, la solidarietà, la condivisione non ammettono calcoli, sarà insensato, sarà irragionevole, ma sarà cristiano, sarà profetico. Respingere chi non rientra nella fattispecie giuridica del rifugiato per motivi politici sarà forse necessario, ma non può certo essere considerato cristiano. Fa parte semmai dei limiti della nostra natura umana, del nostro essere peccatori ed egoisti, della nostra incapacità di applicare fino in fondo il Vangelo, dell’incapacità di essere pienamente cristiani. Una chiesa che ha smarrito la propria natura profetica si limita ad essere una voce tra le altre, le sue istanze possono essere più o meno condivisibili e proprio per questo umane, troppo umane.
Rimandare a casa i cinquemila che si sono radunati per ascoltare le parole di Gesù è sicuramente ragionevole, hanno fame, i cinque pani e i due pesci a disposizione degli Apostoli non possono certo sfamarli: “Date voi stessi a loro da mangiare” è l’assurda, insensata, folle parola del profeta. La ragionevolezza umana avrebbe affamato quelle cinquemila persone, le parole del profeta hanno raccolto dodici ceste di avanzi.

Samuele De Bettin

domenica 10 aprile 2011

Vescovi, sui profughi dite qualcosa di cristiano


Nel Nordest leghista, pasciuto, egoista, fintocattolico, l’arrivo di qualche centinaio di profughi del Nord Africa è visto come un pericolo e un attentato alla sicurezza ed alla tranquillità delle città e dei paesi. L’appello di un sindaco, nel cui paese c’è una vecchia caserma dismessa, di aprire le stanze di questo stabile per dare ospitalità ai profughi, ha scatenato la reazione ostile di gran parte dei suoi cittadini, anche dei ragazzi che, con l’insegnante di religione, hanno espresso la soddisfazione di aver reagito con forza contro quella provocazione. Richiesto di un parere in merito, il direttore della Caritas della diocesi non solo non ha accolto e sostenuto l’idea del sindaco “rara avis”, ma, da buon tecnocrate della distribuzione, ha criticato la proposta sostenendo che il compito dei sindaci è dare assistenza ai propri cittadini e non creare allarmismo nella popolazione. E lo stesso burocrate dei bisognosi, sulla possibilità di aprire canoniche chiuse e case  per ferie della diocesi per ospitare i fuggiaschi dalla guerra e dalla fame, obiettava che in questo periodo i villaggi turistici della diocesi sono ormai prenotati dalle persone per le vacanze estive e quindi non si possono stravolgere i programmi. Ma, come lui, nella ricca Chiesa del Nordest, quella che si sta preparando per l’arrivo del papa, con mega assemblee e messa-spettacolo al parco di san Giuliano di Venezia, non si è levata alcuna voce di apertura e disponibilità all’accoglienza dei profughi, a cominciare dal patriarca Scola fino a giungere ai monsignori delle foranie periferiche. Ci si sarebbe aspettati che la Chiesa, che pure è in prima fila in tante situazioni di povertà, di sofferenza, di violenza, in tanti luoghi del mondo, dove la parola di Gesù si incarna in modo autentico, avesse alzato una voce forte e profetica contro i tatticismi e le ostilità che hanno caratterizzato la politica e le scelte del governo italiano nei confronti della crisi nordafricana. Invece né una presa di posizione netta contro lo scatenamento della guerra in Libia, dove gli aerei italiani bombardano e ammazzano persone inermi; né una condanna ferma del cinismo di un partito di governo, che attraverso le parole del suo capo ha rozzamente espresso il suo profondo sentire: “Föra di ball”; neppure un chiaro e dettagliato programma di ospitalità nei tanti edifici vuoti o a mezzo servizio di proprietà delle diocesi, delle parrocchie, degli enti religiosi (gran parte dei quali esentati dal pagamento dell’Ici), per gruppi o famiglie di scampati dalle zone di guerra e disperazione.
Ancora una volta emerge chiaramente la preoccupazione della gerarchia italiana, e in particolare del Nordest, acquiescente verso il potere leghista, di non apparire ostile nei confronti della destra berlusconiana, dalla quale si possono ottenere vantaggi e conservare i privilegi.
Come sarebbe confortante per chi legge il vangelo e ancora si sente toccato dalle parole di Gesù nel discorso della montagna e nel brano del giudizio finale del capitolo 25 di Matteo, o ascolta come dette a lui le parole del profeta Osea: “Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os. 11,4), sentire dai responsabili delle comunità cristiane parole profetiche di condanna per i cinici che vorrebbero rimandare indietro gli emigranti che “arrivano con scarpe e indumenti firmati” (Luca Zaia, presidente della Regione Veneto) e di solidarietà per gli ultimi e rigettati; come sarebbe incoraggiante sentir predicare “qualcosa di cristiano”, anziché parole ripetitive e senza contenuti, perché vaganti nell’etere, anziché incarnate nella vita delle persone e nelle scelte coerenti con il vangelo. Nelle settimane in cui si consuma il dramma di centinaia di poveri e derubati di speranza, che si ammassano su insicuri barconi e muoiono nel mare di Sicilia, i cattolici del Nordest e i loro vescovi si stanno preparando all’inutile trionfalismo di una visita di papa Ratzinger. Non sarebbe inopportuno che meditassero sulle parole dell’Angelo alla Chiesa di Pergamo, capitolo 2 dell’Apocalisse.
Lucio Eicher Clere

domenica 20 marzo 2011

Togliere i crocefissi dalle aule per rispetto dei credenti in Gesù

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha annullato una sentenza precedente, che stabiliva di rimuovere i crocefissi dalle aule scolastiche per rispetto degli alunni non cristiani e della distinzione tra Stato e religione, riconoscendo allo Stato italiano la facoltà di imporre per legge l’esposizione nelle aule scolastiche ed in altri luoghi pubblici dell’immagine della croce e dell’uomo Gesù. Questo simbolo, secondo la Corte europea è “irrilevante, non esercita nessun influsso sugli studenti”. Per i politici opportunisti che hanno gridato vittoria per questa sentenza, così come per i cosiddetti “atei devoti” che si interessano di religione soltanto per formalismo esteriore, questa motivazione è la conferma di un uso strumentale del simbolo della religione cristiana, utilizzata come elemento aggregativo di una tradizione europea conservatrice, e collante di pseudo valori morali ipocriti, proclamati per il perbenismo sociale e trascurati poi nella pratica dei singoli e delle famiglie. Ma per cosa possa esprimere soddisfazione il presidente della Cei, il generale di corpo d’armata in pensione Angelo Bagnasco, che ha parlato di “una sentenza importante, di grande buon senso”, non ci è dato capire. Infatti che una Corte pilatesca affermi che ogni Stato al proprio interno può comportarsi come meglio crede in tema di esibizione dei simboli religiosi, anche contro il diritto di minoranze di altre fedi che potrebbero non gradirli negli spazi pubblici laici, fa parte dell’ipocrisia del potere. Ma che la dirigenza cattolica gioisca nel sentir definire il crocefisso un simbolo indifferente è paradossale. In verità, per chi lavora nelle scuole, la constatazione che i crocefissi nelle aule siano dei simboli ignorati e non calcolati probabilmente neppure dagli insegnanti di religione, è un dato di fatto. Così come lo è, proprio negli anni delle scuole superiori post-cresima, il definitivo abbandono della pratica religiosa negli adolescenti. E’ mia abitudine da oltre 30 anni, cioè dal tempo in cui lavoro a contatto con studenti di una scuola superiore, chiedere ad ognuno se abbia fatto la cresima e se continui a frequentare la chiesa. Tutti mi rispondono che l’hanno fatta, e quasi tutti che, per loro fortuna, si sono liberati dall’obbligo di frequentare il catechismo in vista di questo, che definisco “appuntamento iniziatico alla vita scristianizzata”: il sacramento della de-confermazione. In un unico caso mi è capitato di vedere un ragazzo interessato al crocefisso di un aula. Ma a modo suo, in una forma che sarebbe stata perseguibile come oltraggio ad un simbolo della religione cattolica. Infatti questo ragazzo friulano, in preda ad una crisi emotiva, si rivolse bestemmiando verso il crocefisso, lo staccò dalla parete, ci sputò sopra e voleva spezzarlo. Anziché punirlo per il gesto, cercai di capirne le motivazioni e collegarle anche al ricordo di un messaggio religioso, dove Gesù non era la causa delle disgrazie o delle sofferenze che il ragazzo stava provando, anzi semmai il simbolo delle vittime della violenza e dell’odio.
Il crocefisso per i credenti in Gesù non può essere un’immagine indifferente. Per questo esporlo nelle aule scolastiche, nei tribunali, in altri luoghi pubblici è offensivo nei confronti della fede cristiana.
Finita l’era della civiltà contadina, dove i crocefissi erano punti di riferimento di una vita quotidiana contrassegnata dalla religione, ci eravamo abituati ad un ritiro in disparte, un ritorno nei luoghi della comunità dei credenti, dove il crocefisso parla ancora un linguaggio riconoscibile. Ma i calcoli utilitaristici di qualche politicante, in giacca e cravatta o veste talare, vuole esibirli dovunque, con la stessa irriverenza che si nota in una croce d’oro sul petto di un mafioso o di una donna che vende il suo corpo. I crocefissi non possono essere degradati a oggetti simbolici ad uso e consumo di qualche ministro in vena di esibizionismo religioso senza sostanza. Ma dovrebbero essere i vescovi e la Chiesa a ribadire le affermazioni di Paolo nella lettera ai cristiani di Corinto, “Cristo crocefisso, scandalo per i giudei, follia per i gentili”, non permettendo di considerare la croce alla stregua di una qualsiasi insegna della Padania bossiana. Per rispetto dei credenti in Gesù dovrebbe essere tolto il crocefisso dai luoghi dell’indifferenza nei suoi confronti. Sarebbe profetico che a farlo nelle scuole, durante le loro ore di lezione,  fossero gli stessi insegnanti di religione.
Lucio Eicher Clere

domenica 13 marzo 2011

La Chiesa del Nordest fra trionfalismo e indifferenza



Se c’è un territorio dove l’arretramento della pratica religiosa e della tradizione cattolica è più constatabile sia numericamente che qualitativamente, questo è il cosiddetto Nordest, una delle regioni più ricche del mondo. Quel Veneto, quel Friuli, quel Trentino che un tempo erano la culla delle vocazioni sacerdotali, fratesche e suoresche, ed erano la garanzia di totale adesione alle parrocchie, contro le tentazioni del razionalismo e del modernismo (basti pensare da dove proveniva il “campione” della lotta al modernismo, quel Papa Sarto da Riese poi santificato come Pio X), da decenni ormai sono le lande del materialismo e della spregiudicatezza morale, dove ciò che interessa è fare soldi e soddisfare i piaceri della vita. Non per nulla in queste regioni ( a parte l’isola di Trento) stravince quel partito che è la traduzione in politica dell’incultura e dell’egoismo individuale e sociale, cioè la Lega. Una generazione di spregiudicati imprenditori, che sono passati dalla economia rurale e dall’emigrazione all’artigianato e all’industria, non ha esitato nello stravolgere il proprio territorio, costruendo dappertutto case, ville, condomini, fabbriche, capannoni, consegnando alle generazioni future luoghi invivibili, ma non ha rispettato nemmeno alcuna regola morale di quel “catechismo di Pio X”, che doveva essere inculcato nella mente dei bambini perché non lo dimenticassero più fino alla vecchiaia. Il formalismo della religione, quello sì è stato rispettato. Basti pensare che a tutt’oggi, di fronte all’abbandono della pratica religiosa di nove ragazzi su dieci che fanno la cresima, tutti continuano a battezzare i figli, fargli fare la prima comunione, la cresima e, se serve per far bella scenografia, anche il matrimonio in chiesa, in attesa del funerale che sempre è il rito finale di una esistenza sotto la copertura cattolica. Ma quale è poi la pratica cristiana delle generazioni materialiste del Nordest ricco e gaudente? La pastorale dei tanti preti ancora in servizio nelle migliaia di parrocchie, dove si prosegue la routine del ritualismo liturgico e della sacramentalizzazione di massa, ha contribuito in prima battuta a far sì che lo scollamento fra vita e fedeltà al vangelo avvenisse senza traumi. L’aver proseguito a “curare le anime” come se nella società non fosse avvenuto alcun cambiamento rispetto a quando la quotidianità era scandita dalle campane e lo scorrere dei mesi dalle festività ricorrenti, ha relegato i preti nel ruolo di impiegati della religione, di organizzatori del tempo libero dei bambini e di consolatori di qualche dramma familiare o della solitudine degli anziani. La profezia che la figura di Gesù rivela in ogni parola e gesto della sua vita è totalemente assente in queste comunità cattoliche del Nordest.
Adesso le diocesi si propongono di fare una riflessione per confrontarsi pubblicamente in un grande convegno, da tenersi il prossimo anno ad Aquileia. E per “lanciare” mediaticamente questo evento hanno invitato il papa Benedetto XVI in una visita ufficiale tra Aquileia e Venezia. Anziché venire in sordina e incontrare i vescovi e quanti partecipano alla fase preparatoria del convegno, papa Ratzinger viene a Nordest nel fragore e nel trionfalismo che contraddistinguono le uscite dei papi, così come le ha rese famose papa Wojtyla. Grandi raduni, messe con folle oceaniche, costi di organizzazione enormi, che hanno richiesto la devoluzione delle offerte di tutte le parrocchie del Nordest in una domenica di febbraio, per dimostrare che la Chiesa cattolica c’è, conta e vuole rilanciarsi. Li abbiamo già visti questi grandi eventi, con convocazioni e pellegrinaggi. Basti pensare al giubileo, ai sinodi diocesani, ai raduni nazionali e mondiali dei giovani. Tutte sceneggiate senza alcun ritorno pratico nella vita delle comunità ecclesiali. Infatti dopo i giubilei, i sinodi, i raduni, tutto continua nell’indifferenza della stragrande maggioranza dei cattolici anagrafici e nella crisi di identità di una casta sacerdotale che non è capace di diventare corresponsabile assieme ai laici del ripensamento e della rinascita della fede, in coerenza con il messaggio evangelico. Nessuno all’interno della Chiesa può dire di avere in tasca le ricette del rinnovamento, poiché lo Spirito soffia dove vuole, ma se la gerarchia avesse almeno l’umiltà e il coraggio di ammettere il fallimento dei propri metodi pastorali rispetto alla vita di fede delle comunità, forse si potrebbero trovare ad Aquilei altre domande ed altri tentativi di risposta, che non siano quelle già sentite dieci anni fa con il giubileo o negli anni passati con i sinodi diocesani. Invece basta leggere lo stile “vescovese” del programma per rimanere delusi e prevedere che non ci sarà alcun cambiamento nella Chiesa del Nordest: “le diocesi individueranno le scelte pastorali necessarie per rispondere alle sfide rilevate, alle esigenze emergenti, al nuovo a cui aprirsi, ai fronti pastorali su cui avanzare insieme”. Parole vuote, a cui non seguiranno comportamenti diversi, che testimonino la ripresa di coerenza con la radicalità del Vangelo. La gerarchia continua a credere che il trionfalismo delle messe papali porti qualche frutto. Ma invece continuerà l’indifferenza a Nordest, come in tutto l’Occidente che adora Mammona.
Lucio Eicher Clere

lunedì 28 febbraio 2011

Sul Miesna l’indulgenza per gli adoratori del teschio


Sembra incredibile che a settecento anni dalle furbate di Frate Cipolla, raccontate da Boccaccio in una novella del Decameron, che conservava la reliquia di una piuma dell’angelo Gabriele;  a ridosso dei 500 anni dalla Riforma di Lutero, vento dello Spirito in Germania per cancellare il mercimonio delle indulgenze, vendute dal Papa e della Curia romana per rimpinguare la casse vuote dello Stato pontificio; a 45 anni dal Concilio Vaticano II, che aveva aperto le porte del dialogo ecumenico e quindi suggerito la rinuncia ai gesti più clamorosamente ostili verso i fratelli evangelici, ci siano ancora diocesi che ripropongono riti medioevali, come la promulgazione di un anno giubilare per ottenere l’indulgenza plenaria andando in visita in un santuario dove verrà esposto il teschio-reliquia del santo patrono.
E invece accadrà che la diocesi di Belluno-Feltre, in crisi di partecipazione di fedeli alle messe e alla pratica religiosa, in continuo arretramento della testimonianza evangelica nella società, in penosa carenza di personale dirigente, affiderà le sorti della sua “ripresa” al teschio di San Vittore, rubato ai tempi del Boccaccio dall’Imperatore Carlo IV di Boemia, e conservato a Praga nella cattedrale, che si è resa disponibile (probabilmente dietro compenso) a prestare il macabro resto per farne oggetto di culto nel santuario sul monte Miesna, dove i feltrini hanno sempre chiesto grazie ai due santi che considerano loro protettori, Vittore e Corona.
Sembra incredibile che in una società materialista e pragmatica, dove per risolvere i problemi di salute si pagano le visite specialistiche e non si pregano più santi e madonne; dove il senso del peccato è completamente scomparso, tanto che ai vertici delle istituzioni pubbliche si prende in giro la religione proclamandosi sostenitori della famiglia tradizionale nei convegni e pagando prostitute minorenni nelle notti di piacere; dove bambini e giovani non hanno alcun rapporto con la ritualità e l’insegnamento catechistico, ci sia ancora la voglia da parte dei vertici gerarchici di pescare nel pozzo profondo della superstizione, per ricavarne qualche vantaggio di presenze nello spazio del sacro e, soprattutto, offerte, che un numero sempre maggiore di cattolici anagrafici non dona più abitualmente, e quindi le occasioni straordinarie come i giubilei possono aumentare. L’abbiamo visto a san Giovanni Rotondo, con il cadavere di san Pio da Petrelcina con la faccia al silicone; lo vedremo con la riesumazione delle spoglie di papa Wojtyla, da beatificare al più presto per risanare i bilanci in rosso del Vaticano; lo vedremo con il teschio di san Vittore esposto in una teca di vetro. Una Chiesa che non sa parlare alla gente con le parole del vangelo e preferisce affidarsi alla creduloneria residuale, non certo illudendosi che questo possa far ravvivare la fiamma della fede morente, ma certa di salvare il proprio prestigio terreno e il potere che perdura su schemi e segni trionfalistici.
Verrebbe da chiedersi a quanti il vescovo Andrich e il rettore del santuario, Dalla Rosa, novelli frati Cipolla, riusciranno a far credere che, con la visita nella chiesa sul Miesna  entro l’anno giubilare e con un cospicuo lascito di euro, saranno cancellati tutti i peccati.
Soprattutto sarebbe da chiedere a loro con quale arroganza spirituale e quale eretico possesso della misericordia di Dio, spacciata dai trafficoni del Vaticano attraverso la cosiddetta “indulgenza plenaria”, presumano di perdonare i peccati dei singoli credenti, che solo davanti alla loro coscienza ed alla fede nel Dio-Amore possono ritrovare la pace interiore.
Che il giubileo del teschio di san Vittore sia soltanto una trovata pubblicitaria è evidente anche dal pieno accordo tra Comune di Feltre, associazione commercianti, agenzie turistiche e diocesi nel far fruttare al massimo il turismo religioso verso la basilica sul Miesna. In questo Andrich è un vero discepolo del vescovo Ducoli, che aveva ideato il santuario della Madonna sul Nevegal per rilanciare turisticamente il Colle di Belluno. Quel fittizio luogo di culto non richiamò le folle dalla pianura veneta, e probabilmente neppure il teschio di San Vittore smuoverà masse di fedeli creduloni.
Resta la profonda amarezza di chi vorrebbe sperare in un rinnovamento autentico della comunità dei credenti in Gesù Cristo, con la ripresa della coerenza con il vangelo ed il distacco dal denaro e dal potere.
Amarezza anche per lo sfregio alla memoria di un martire, cioè di un testimone della fede in Gesù come fu Vittore ai tempi della persecuzione da parte del potere imperiale romano, ridotto a macabro oggetto di culto. Per rispetto a lui ed alla fede autentica di generazioni di cristiani delle vallate feltrine, che sul Miesna venivano in cammino a pregare e trovare sollievo dalle fatiche di vite misere, toglierò l’immagine che avevo scelto come simbolo di questo blog, accompagnandola con la scritta del vangelo di Giovanni “è giunto il momento in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre…”. Su questo monte Miesna per un anno si favorirà la superstiziosa adorazione di un teschio.
Lucio Eicher Clere

domenica 20 febbraio 2011

La casta dei preti che vuol bastare a se stessa



Nella diocesi di Belluno-Feltre fa discutere la crisi di alcuni sacerdoti, che per esaurimento, depressione, innamoramento, si ritirano dall’attività pastorale, o scelgono di “gettare la tonaca alle ortiche”, come si sarebbe detto in tempi in cui la tonaca la portavano tutti gli appartenenti alla gerarchia cattolica. Le spiegazioni uscite dalla dirigenza diocesana tendono a minimizzare, a farne dei casi singoli. Ma quando i numeri crescono e i problemi emergono anche in figure che non avevano mai dato segni di squilibrio, sarebbe utile che vescovo e colleghi curiali si mettessero davanti all’evidenza del disagio del mestiere di prete nella Chiesa contemporanea. Può darsi che lo facciano, anche se sarà difficile che Giuseppe Andrich, diventato vescovo dopo una carriera prettamente curiale, che lo ha visto occuparsi di organismi associativi, parrocchia in centro città, rettore del seminario, vicario generale, cioè capo della burocrazia diocesana, osi mettere in discussione la struttura che lui ha contribuito a mantenere nel vecchiume che dimostra. Di chi sono discepoli, infatti, quei pretini usciti in questi anni dal seminario, impostati mentalmente come degli impiegati della religione, preoccupati del proprio tempo libero e degli hobby più che della crescita insieme alla comunità nella coerenza al vangelo? Fa specie e forse anche un po’ di pena leggere le “soluzioni” consigliate, per superare lo stress da attività pastorale, dal monsignore arcidiacono di Agordo, Giorgio Lise, a suo tempo in predicato di diventare vescovo di Vittorio Veneto. “Il fatto di essere sotto organico è sotto gli occhi di tutti. Da qui si è espressa corale la volontà di vivere di più la fraternità sacerdotale. Io auspico confronti più frequenti. Anche una telefonata, due chiacchiere fanno sempre piacere e ci fanno essere vicendevolmente più vicini”. L’idea di far vivere i preti in comunità e di creare “zone pastorali” dove vari parroci vivano in una canonica unica la quotidianità e l’organizzazione concertata delle mansioni è stata una “pia illusione” di vari vescovi succedutisi in questa come in altre diocesi. Ma se i preti sono stati allevati e formati in seminari, dove hanno imparato a vivere la solitudine personale ed affettiva come l’esperienza più forte e decisiva per misurare la solidità della propria vocazione? Se a questi “specialisti”del sacro è stato insegnato a gestire personalmente tutta l’organizzazione parrocchiale, non delegando alcunchè ad altri, nemmeno ai cappellani, considerati fino a qualche anno fa come dei collaboratori a servizio del principale? Infatti tutte le piccole esperienze di comunità o di fraternità sacerdotale sono abortite o ipocritamente vissute con la stessa individualità a cui ogni prete preferisce adeguarsi.
E intanto le comunità cristiane diventano sempre più aggregazioni formali di cattolici abitudinari, senza entusiasmo e senza coinvolgimento progettuale da parte di tutti, prete e laici, uomini e donne.
Quale azienda, ci si potrebbe chiedere, dopo aver constatato che i propri dirigenti da anni perdono clienti e non riescono a comunicare con quelli che rimangono per abitudine, non cambierebbe strategia? La Chiesa cattolica in occidente, e soprattutto nelle zone più soddisfatte nelle esigenze materiali, ha perduto aderenti e non riesce a comunicare l’originalità e la radicalità del messaggio di Gesù. La casta sacerdotale continua nel suo modo di essere e di formare i nuovi preti senza mai coinvolgere, nella responsabilità di cambiare e costruire nuove prospettive comunitarie, i laici, senza mai discutere se il celibato libero, il sacerdozio femminile potrebbero dare un volto nuovo a una gerarchia sclerotizzata dentro a schemi e formule che nessuno capisce. Chi ama la Chiesa dovrebbe preoccuparsi del suo involversi e della sua incapacità di comunicare con i giovani, che dopo la cresima se ne vanno dalle parrocchie. Invece i preti sembrano indifferenti e preoccupati di salvare se stessi e la gerarchia. Come se le parole di Gesù “la messe è molta e gli operai sono pochi; pregate il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe” (Lc 10, 2), fossero state dette per creare una casta di professionisti della predicazione e non una comunità di testimonianza dell’amore di Dio nel mondo.
Lucio Eicher Clere

mercoledì 9 febbraio 2011

Per l’eutanasia, cioè la buona morte



L anniversario della morte di Eluana Englaro, che tante polemiche aveva suscitato nei giorni in cui a Udine si era concluso il percorso biologico della giovane donna rimasta senza coscienza per 17 anni a seguito di un incidente stradale, ripropone il tema del fine vita, del rispetto della volontà della persona sul proseguimento o no delle cure, del cosiddetto “testamento biologico”. Vengono ancora i brividi di indignazione al ricordo del fanatismo che si era scatenato nei giorni che precedettero la morte di Eluana: le veglie con candele e bottiglie d’acqua davanti alla clinica “La Quiete”, gli appelli in tutte le Radiomarie dell’etere contro il “partito della morte”, l’irrazionale corsa contro il tempo per votare un decreto in parlamento contro la sentenza che aveva accolto il ricorso di Beppino Englaro, le frasi macabre come questa “Eluana, ti amavano tanto che ti hanno fatta morire di fame, di sete e di paura”, fino all’insulto di “assassino” ad un padre che è stato l’immagine autentica della dignità e del rispetto della volontà della figlia. E fa ancora più amarezza pensare che vescovi e cardinali, come Javier Lozano Barragan, che si sono espressi con toni di condanna nei suoi confronti, siano poi quelli che proclamano eroi ed esempi da imitare, per l’idealità e il dono di se stessi al servizio della pace, dei soldati che muoiono in azioni di guerra. “Assassino” Englaro e “benefattori” dei soldati stipendiati, cioè professionisti dell’assassinio a pagamento. Queste assurde contraddizioni fanno pensare a quanta retorica e oscuramento del pensiero ci sia attorno al grande tema della morte e delle modalità con cui ad essa ogni persona si avvicina. In questa società dove la morte è esibita come finzione virtuale per immagini, sia quella vera delle tragedie di ogni parte del mondo, che entrano attraverso televisori e computer in tutte la case, sia quella finta dei mille videogiochi dei ragazzi, che passano ore ed ore con i tasti della playstation in mano ad uccidere e massacrare nemici, la realtà della malattia terminale e della morte viene il più possibile nascosta e tenuta distante. E non potrebbe essere che così, visto i modelli vitalistici esibiti da un presidente del consiglio che a 75 anni, anziché fare penitenza di una vita da peccatore e ritirarsi in luoghi appartati, vuole dimostrare a se stesso e agli altri che il godimento non ha età e che con i soldi si può comprare salute e sesso come in una perenne giovinezza. Per la religione cristiana la morte è sempre stata al centro della riflessione teologica e della predicazione pastorale. Senza rievocare i quaresimali, dove le pene dell’inferno erano lo spauracchio di tutti gli incorreggibili peccatori, la prospettiva di una vita eterna migliore di quella terrena è stato per secoli la finalità ultima della fede in Dio. La “buona morte”, la preghiera e San Giuseppe, che la tradizione ha sempre ritenuto sia spirato tra le braccia di Maria e di Gesù, il rosario nelle case dei defunti, la messa funebre, tutto ciò è sempre stato il normale approccio della comunità cristiana e dei singoli all’appuntamento inevitabile con la fine dell’esistenza corporea. E proprio pensando a questa “normalità” della morte nella visuale cristiana, non può non stupire il cambiamento delle gerarchie cattoliche che sembrano accanirsi nella conservazione della vita materiale, come è accaduto per Eluana, ma come avviene nella divisione tra il “partito della vita”, dei quali sono i promotori, e “i sostenitori dell’eutanasia”, cioè le persone che affermano la libertà nel decidere il rifiuto delle terapie in fase terminale. Chi crede e predica la continuità della vita terrena nell’amore eterno di Dio non dovrebbe avere tanto attaccamento alla materialità. Prolungare la sopravvivenza corporea per qualche mese o anno in più è nello spirito della religione? Cosa sono i 17 anni di coma di Eluana di fronte alla pienezza della sua vita attuale in Dio? Non si riesce a capire la carica blasfema attribuita alla parola “eutanasia”, cioè buona morte. Se si ricorda il modo con cui Madre Teresa di Calcutta avvicinava i moribondi e li teneva per mano negli ultimi momenti del passaggio, si può comprendere cosa sia l’eutanasia. Madre Teresa non ha specializzato le sue suore a diventare professioniste del prolungamento della vita; non ha destinato i fondi che riceveva da tutto il mondo ad acquistare macchinari per prolungare artificialmente esistenze che, senza l’intervento medico e tecnico, si concluderebbero con l’incontro nella luce dell’amore di Dio. Più che di sostegno ai materialisti del prolungamento della vita ad ogni costo, dai cristiani dovrebbe venire l’esempio e la parola in favore della “buona morte”, cioè il rispetto della scelta di ognuno negli ultimi istanti e l’accompagnamento sereno verso una nuova vita.
Lucio Eicher Clere