mercoledì 9 febbraio 2011

Per l’eutanasia, cioè la buona morte



Il secondo anniversario della morte di Eluana Englaro, che tante polemiche aveva suscitato nei giorni in cui a Udine si era concluso il percorso biologico della giovane donna rimasta senza coscienza per 17 anni a seguito di un incidente stradale, ripropone il tema del fine vita, del rispetto della volontà della persona sul proseguimento o no delle cure, del cosiddetto “testamento biologico”. Vengono ancora i brividi di indignazione al ricordo del fanatismo che si era scatenato nei giorni che precedettero la morte di Eluana: le veglie con candele e bottiglie d’acqua davanti alla clinica “La Quiete”, gli appelli in tutte le Radiomarie dell’etere contro il “partito della morte”, l’irrazionale corsa contro il tempo per votare un decreto in parlamento contro la sentenza che aveva accolto il ricorso di Beppino Englaro, le frasi macabre come questa “Eluana, ti amavano tanto che ti hanno fatta morire di fame, di sete e di paura”, fino all’insulto di “assassino” ad un padre che è stato l’immagine autentica della dignità e del rispetto della volontà della figlia. E fa ancora più amarezza pensare che vescovi e cardinali, come Javier Lozano Barragan, che si sono espressi con toni di condanna nei suoi confronti, siano poi quelli che proclamano eroi ed esempi da imitare, per l’idealità e il dono di se stessi al servizio della pace, dei soldati che muoiono in azioni di guerra. “Assassino” Englaro e “benefattori” dei soldati stipendiati, cioè professionisti dell’assassinio a pagamento. Queste assurde contraddizioni fanno pensare a quanta retorica e oscuramento del pensiero ci sia attorno al grande tema della morte e delle modalità con cui ad essa ogni persona si avvicina. In questa società dove la morte è esibita come finzione virtuale per immagini, sia quella vera delle tragedie di ogni parte del mondo, che entrano attraverso televisori e computer in tutte la case, sia quella finta dei mille videogiochi dei ragazzi, che passano ore ed ore con i tasti della playstation in mano ad uccidere e massacrare nemici, la realtà della malattia terminale e della morte viene il più possibile nascosta e tenuta distante. E non potrebbe essere che così, visto i modelli vitalistici esibiti da un presidente del consiglio che a 75 anni, anziché fare penitenza di una vita da peccatore e ritirarsi in luoghi appartati, vuole dimostrare a se stesso e agli altri che il godimento non ha età e che con i soldi si può comprare salute e sesso come in una perenne giovinezza. Per la religione cristiana la morte è sempre stata al centro della riflessione teologica e della predicazione pastorale. Senza rievocare i quaresimali, dove le pene dell’inferno erano lo spauracchio di tutti gli incorreggibili peccatori, la prospettiva di una vita eterna migliore di quella terrena è stato per secoli la finalità ultima della fede in Dio. La “buona morte”, la preghiera e San Giuseppe, che la tradizione ha sempre ritenuto sia spirato tra le braccia di Maria e di Gesù, il rosario nelle case dei defunti, la messa funebre, tutto ciò è sempre stato il normale approccio della comunità cristiana e dei singoli all’appuntamento inevitabile con la fine dell’esistenza corporea. E proprio pensando a questa “normalità” della morte nella visuale cristiana, non può non stupire il cambiamento delle gerarchie cattoliche che sembrano accanirsi nella conservazione della vita materiale, come è accaduto per Eluana, ma come avviene nella divisione tra il “partito della vita”, dei quali sono i promotori, e “i sostenitori dell’eutanasia”, cioè le persone che affermano la libertà nel decidere il rifiuto delle terapie in fase terminale. Chi crede e predica la continuità della vita terrena nell’amore eterno di Dio non dovrebbe avere tanto attaccamento alla materialità. Prolungare la sopravvivenza corporea per qualche mese o anno in più è nello spirito della religione? Cosa sono i 17 anni di coma di Eluana di fronte alla pienezza della sua vita attuale in Dio? Non si riesce a capire la carica blasfema attribuita alla parola “eutanasia”, cioè buona morte. Se si ricorda il modo con cui Madre Teresa di Calcutta avvicinava i moribondi e li teneva per mano negli ultimi momenti del passaggio, si può comprendere cosa sia l’eutanasia. Madre Teresa non ha specializzato le sue suore a diventare professioniste del prolungamento della vita; non ha destinato i fondi che riceveva da tutto il mondo ad acquistare macchinari per prolungare artificialmente esistenze che, senza l’intervento medico e tecnico, si concluderebbero con l’incontro nella luce dell’amore di Dio. Più che di sostegno ai materialisti del prolungamento della vita ad ogni costo, dai cristiani dovrebbe venire l’esempio e la parola in favore della “buona morte”, cioè il rispetto della scelta di ognuno negli ultimi istanti e l’accompagnamento sereno verso una nuova vita.
Lucio Eicher Clere

1 commento:

  1. Bellissimo.
    "Chi crede e predica la continuità della vita terrena nell’amore eterno di Dio non dovrebbe avere tanto attaccamento alla materialità."
    Dovrebbe essere scritto sui sagrati di ogni chiesa.

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