domenica 31 luglio 2011

L’ ANA cambi nome in ANP

 


Si è assistito nei mesi scorsi ad un rigurgito di adunate alpine nel Veneto, a Belluno, fin nei piccoli paesi periferici. Quasi un bisogno di affermare che gli alpini ci sono ancora, nonostante la fine della leva obbligatoria ormai da un decennio, che l’alpinità è una categoria incancellabile nella cultura montanara. Che cosa ci sia oltre alla forma di questi raduni, che in verità sono null’altro che una carnevalata, con quei ridicoli cappelli piumati, con improbabili marce di attempati panciuti, è difficile dirlo, perché dentro coesistono, in voluta contraddizione, ideali e disvalori, retorica e buone pratiche, preghiere e bestemmie, esibizione di bandiere tricolori e voti alla secessione leghista. E’ probabile che proprio questa mescolanza di contrasti riesca a mantenere viva una associazione come l’Ana, che riesce a coinvolgere tante persone e dare risposte concrete nelle situazioni di difficoltà. Gli aderenti hanno fatto il servizio militare nel cosiddetto “corpo degli alpini” e ricordano quel periodo della giovinezza con nostalgia, per le amicizie, le stramberie, qualcuno anche per interventi di protezione civile. Nessuno di loro vuole entrare nel merito della professione a cui avrebbero dovuto essere preparati nel periodo della leva militare, cioè quella di soldato, di utilizzatore di armi, di esperto nell’assassinare, all’occorrenza, i nemici, fossero essi soldati degli opposti eserciti, o anche donne e bambini. Quello, cioè, che stanno facendo i soldati professionisti dell’attuale esercito italiano, sparsi in giro per i paesi dove esistono situazioni di guerra, nelle presunte “missioni di pace”. Di questi “fratelli in armi” gli aderenti all’Ana si sentono sodali, li citano nei discorsi di retorica militaresca, piangono le loro morti in conflitto, chiamandoli eroi. In questo sono supportati dalla gerarchia ecclesiastica, che ad ogni “caduto” (li definiscono così, come se dire “ammazzato” o “morto sul lavoro” fosse disonorevole!) organizza messe solenni in basiliche romane, per la sfilata delle vanità militari, politiche e religiose davanti alle telecamere per gli effluvi di commozione del mammismo patriottico italiota. Ma proprio per la “contraddizion che lo consente”, l’Ana si proclama ente di solidarietà e volontariato, di azioni benefiche nelle situazioni di bisogno, che non solo non imbraccerebbe un fucile nemmeno per finta, ma svolge davvero azioni concrete di ammirevole efficacia.
Parlando con un amico, che si è prodigato con il gruppo alpini di cui è capo, per dare assistenza ai profughi africani fuggiti via mare dalla Libia, gli dicevo che l’Ana, associazione nazionale alpini, dovrebbe cambiare nome e chiamarsi Anp, associazione nazionale pacifisti, e così sarebbe in linea coerente con il comportamento che i suoi aderenti hanno in moltissime situazioni. Mi ha guardato con un sorriso, forse di compatimento, ma accogliendo con gratitudine le mie affermazioni di stima per il coraggio di agire in controtendenza rispetto alla vergognosa linea leghista-maroniana e alla maggioranza silenziosa dei compaesani diffidenti verso i neri.
L’ho rivisto qualche tempo dopo ad una cerimonia ufficiale, durante una messa da campo, pateticamente coperto da quel buffo copricapo, e l’ho sentito leggere la “preghiera dell’alpino” pronunciando solenne non solo la bestemmia “madre di dio can-dida come la neve”, ma soprattutto quell’incitazione all’odio contro gli stranieri “proteggi la nostra millenaria civiltà cristiana”.  Mi ha preso un senso di tristezza, perché nemmeno lui, persona intelligente, riesce a capire che gli aderenti all’Ana, uomini buoni e volonterosi, sono la foglia di fico che protegge la natura violenta dell’istituzione militare a cui essi fanno riferimento. Se l’Ana, la cui pratica è sicuramente pacifista, avesse il coraggio di prendere le distanze dall’esercito e definirsi anche nel nome “pacifista”, farebbe una scelta molto chiara nel risolvere le contraddizioni che la rendono poco credibile di fronte alla verità e all’ideale di una società dove tutti gli uomini possano vivere fraternamente, senza organizzare strutture di morte e distruzione, come sono gli eserciti e le fabbriche di armi. Se l’Ana cambiasse nome in Anp, giuro che non esiterei a mettermi in testa il cappello piumato e sfilare marciando per la pace.

Lucio Eicher Clere

domenica 26 giugno 2011

Mai più a Medjugorie

Un amico di Udine, originario di Santo Stefano, Franco Baldissarutti, ha voluto accertarsi di persona su cosa ci sia nella devozione mariana di Medjugorie. Ha aderito ad un pellegrinaggio organizzato, partecipando in corriera al viaggio di andata e ritorno e, lì nel paese dei visionari, al fenomeno dell’esaltazione religiosa attorno ad una vicenda a metà fra lo spirituale ed il superstizioso, con annessi guadagni e furberie da mercanti. Franco ha scritto un diario dei giorni di Medjugorie e la lettura di quel testo è un documento che potrebbe far riflettere quelli che conservano qualche dubbio sull’uso strumentale del miracolistico nella religione che si ispira a Gesù di Nazareth. Pubblico volentieri nello “spiritodigioele” alcune sue considerazioni, in risposta alle critiche di un compagno di viaggio, segnalando la mail di Franco per leggere il suo diario intitolato “Primo e, sicuramente, ultimo viaggio a Medjugorie”: info@francobaldissarutti.it

Quello che ho visto, sentito e riscontrato non solo mi ha deluso, ma mi ha a volte
schifato. Ho trovato un mercimonio intollerabile, una bigottaggine puerile,
un business sotto gli occhi di tutti. Della guida vorrei tralasciare ogni
commento perché è un "personaggio" che definire autocelebrante e pieno di sè
è fargli un complimento. Un finto curato d'Ars che brandiva la croce come
una clava per ingolfarci di rosari e litanie e predicozzi puerili.
La veggente un personaggio angosciante, più che spirituale, spiritato.
Lanciava baci, saluti, firmava libri, diari, fogli come una diva di
Hollyvood e ripeteva come un disco rotto senza cambiare né punti né virgole
le sue visioni. Che bisogno c'è di macerarsi anima e corpo recitando
vagonate di ave Maria, litanie e mea culpa salendo percorsi mistici creati
ad hoc per rendere più credibile una fede traballante? Se c'è un Dio lo si
può invocare ovunque, senza bisogno di intermediari e, soprattutto nel
silenzio della propria casa senza queste teatralità pagane, queste
ostentazioni plateali, queste processioni al limite del grottesco.
Anche l'inserimento nelle buste delle suppliche e pensieri alla Madonna e
consegnate (con obolo!)alla veggente perché le porga lei al suo cospetto è
puerile. Perché non parlare noi direttamente con Lei, ovunque ci trovassimo,
senza dover travalicare mari e monti e recitare belanti come pecore orazioni
preconfezionate? Non lo capirò mai. Ma quanto mi appaga il mio sano
agnosticismo!
Ci sono due possibili approcci ad ogni questione, quello fideistico, che
pretende di assumere a verità la propria posizione senza uno straccio di
prova e senza permettere alcuna confutazione e quello logico-razionale,
aperto al dibattito e che si basa sui fatti, sui dati, sui giudizi degli
studiosi più accreditati, sulla storia, ecc.
La fides senza ratio è una fede talebana, fondamentalista, fideismo
pericoloso da combattere al pari del fondamentalismo islamico.
Sulla fede cieca non si puo' discutere!
D'altronde la Chiesa ufficiale, e il vescovo di Mostar lo sottolinea, non dà
veridicità a queste apparizioni. Qualche ragione ci sarà. Eppoi
una Madonna che ringrazia i convenuti! Come se un medico ringraziasse il
paziente che è venuto a farsi visitare. E "Vi benedico con la mia
benedizione"... Forse è il caso di correggerla e dirle di omettere: "con la
mia benedizione" perché pessimo italiano non... da Madonna!
Anche il digiuno a pane ed acqua il mercoledì e venerdì erano imposti da Lei
ma nessuno l'ha rispettato! Come mai?
 Se fossi arrivato con un mezzo mio invece che con il
pullman, me ne sarei ritornato a casa il giorno dopo. E' stata una pena per
me resistere altri quattro giorni. Altri invece già smaniano per ritornarci.
Tanti mi hanno detestato peggio di un appestato (molto cristianamente...)ma
del loro giudizio non me ne importa un fico secco, anzi mi inorgoglisce
ancor di più. Fine del pellegrinaggio. Curiosità appagata. A mai più.

Franco Baldissarutti

sabato 4 giugno 2011

“Fuori dal tempio”, per confermarsi nella fede



Don Pierluigi Di Piazza,  sacerdote della comunità parrocchiale di Zugliano, in periferia di Udine,  ma soprattutto uomo e cristiano che testimonia la coerenza tra fede in Gesù di Nazareth e i comportamenti individuali e comunitari, ha pubblicato un libro, per le edizioni Laterza, intitolato “Fuori dal tempio, la Chiesa al servizio dell’umanità”. Vi ha raccolto le riflessioni di un credente, formatosi spiritualmente e umanamente negli anni del dopo Concilio Vaticano II, investito di responsabilità, forse profeticamente, da un altro sacerdote originario della Carnia, don Toni Bellina, già all’inizio della sua scelta di mettersi a servizio della comunità come prete. Infatti don Bellina, “mahatma”, grande anima della friulanità che forse non esiste più, traduttore della Bibbia in friulano, prete controcorrente, aveva individuato in Pierluigi Di Piazza un interlocutore a cui suggerire la strada da percorrere come sacerdote fedele al vangelo. Innanzitutto gli spiegava che ce ne sono due comode: “non mettersi contro nessuno, fare funzioni religiose, dottrina…lasciare che la povera gente vada per la sua strada, poi ti chiameranno per il funerale. L’altra è quella di fregarsene della gente e mettersi dalla parte dei potenti: avrai soldi amici, ti faranno monsignore…avrai il potere di trovarti molto bene in questo mondo”. Ma don Bellina gli diceva qual è la strada consigliata: “Quella della verità, presentandoti come sei, devi dare una mano al popolo a liberarsi da tutte le catene che lo tengono prigioniero. Devi farlo crescere nella libertà, camminando davanti a lui verso la terra promessa. Se scegli questa strada ti troverai contro il vescovo, i preti, i politici, i padroni, i bigotti, forse anche i tuoi amici”. Don Pierluigi ha sicuramente seguito la terza via suggerita dal suo conterraneo, morto da alcuni anni a Basagliapenta.
Non è un prete barricadero, anche se è presente alle manifestazioni in difesa della dignità umana in tante piazze del Friuli e in altre località italiane, dove grida dai microfoni la critica contro il potere leghista-berlusconiano, che ha diffuso nella società del Nordest l’orgoglio del benessere come ideale, la diffidenza verso l’altro, l’oblio delle condizioni di povertà e insicurezza che hanno segnato generazioni di friulani e veneti, la dipendenza dall’effimero televisivo che ha invaso la quotidianità.
Non è un prete antiistituzionale, giacché ha svolto e svolge il suo incarico di responsabile parrocchiale, incardinato nella diocesi di Udine, senza trascurare nessuna delle mansioni che si è impegnato col suo vescovo a portare avanti a servizio della comunità: da quella richieste dalla routine di impiegato del sacro, battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, funerali, alla animazione della vita parrocchiale con gruppi, catechismo, incontri formativi.
Nessuno lo rimprovera di trascuratezza, altrimenti tra il beghinismo conservatore e il conformismo cattolico benpensante ci sarebbe stata la processione per andare dal vescovo a chiedere la sua rimozione per inadempienza ai doveri ecclesiastici.
Non risulta che abbia avuto qualche tresca nascosta di tipo omo o eterosessuale, benchè egli riveli nei suoi scritti e nelle sue testimonianze la difficoltà a vivere la scelta celibataria, perché l’affettività e la sessualità sono un dono dell’amore di Dio agli uomini e rinunciarvi per imposizione è un’oppressione antiumana.
Non è un superbo o vanaglorioso, anzi la sua timidezza e la sua disponibilità all’ascolto di chi è più preparato ed esperto, caratterizzano la sua persona di fragilità e di ricerca.
Proprio per la “normalità” di prete, don Pierluigi ha l’autorevolezza e il carisma per raccontare ai tanti che lo conoscono e lo stimano, che si può e si deve vivere la vita cristiana “fuori dal tempio”. Gli spazi che egli ha contaminato nell’area di Zugliano, dove generazioni di cristiani hanno vissuto a loro modo e nel loro tempo la fede in Gesù, ha unito chiesa e campanile con case di accoglienza e di servizio ai bisogni dell’umanità povera e senza futuro, liturgia cattolica con preghiera islamica e buddista, incontri di culture e idealità diverse, senza la presunzione di possedere la verità.
Nel suo libro don Pierluigi racconta queste esperienze e riesce a far capire anche a quanti non avessero avuto modo di passare qualche ora nel Centro Balducci, che qui la Chiesa è incarnata dentro alla vita degli uomini, come dovrebbe essere una comunità che si richiama a Gesù di Nazareth. Per chi ritiene che la religione sia un fatto privato o una ritualità da compiere dentro alle mura dei templi, una messa, come quella che ho avuto la felicità spirituale di vivere il giorno di Pentecoste dello scorso anno nella sala del Centro Balducci, sarebbe giudicata irriverente. Infatti si è passati dalle testimonianze di malati di mente e operatori ( per me vero offertorio di esistenze impastate di dolore e fatica) alle parole della memoria della cena: “prese il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse… prese il calice del vino e disse…”. Ho fatto la comunione quel giorno perché mi sono sentito in comunione con la Chiesa che cammina nella storia dell’umanità e che si lascia guidare dallo Spirito più che dalle convenienze, dalle esigenze strutturali, dall’ubbidienza al potere gerarchico.
Lucio Eicher Clere

mercoledì 25 maggio 2011

"Med-jugorie e med-gramaze”


C’è grande fervore di pellegrinaggi verso la località dell’Erzegovina chiamata Medjugorie, dove da vent’anni alcune persone del luogo avrebbero visioni della Madonna. In particolare dal Nordest, territorio relativamente vicino, giacché si possono percorrere i chilometri in pullman, schiere di devoti si susseguono nella visita e nello stupore di accostare qualcosa di misterioso e di ultraterreno. Le confraternite di Medjugorie ormai non si contano più; gli ascoltatori di Radio Maria, che diffonde i messaggi che i veggenti trascrivono, sono numerosissimi; la curiosità per questo nuovo santuario mariano, dove ogni tanto ci scappa il miracolo, attira anche molti miscredenti e favorisce le cosiddette “conversioni”. Non ho alcuna prevenzione verso le estasi mistiche e le “visioni”. Anzi credo che queste esperienze facciano parte della storia di tutte le religioni nella storia dell’umanità e meritino il rispetto nei confronti di coloro che raccontano una particolare esperienza del divino nella loro mente e nei loro occhi. Altrimenti come collocare la fede in Gesù risorto, che si basa sulle testimonianze delle donne e degli uomini che avevano condiviso con lui l’ultima parte della sua vita terrena e che fondarono la chiesa di Cristo diffondendo il suo messaggio proprio sulla certezza che alcuni avevano visto il Signore risorto? “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”. (Paolo, ICor, 15,3-8).
Le visioni della Madonna, tuttavia, da Bernardette di Lourdes, ai tre piccoli pastori di Fatima, ad altre meno famose, ma ugualmente seguite da folle di seguaci del miracolistico, non mi convincono per la semplicioneria con cui i protagonisti raccontano queste visioni. Che cosa avrà voluto comunicare Bernardette di Lourdes parlando della “immacolata concezione” di Maria di Nazareth? Forse che Dio era troppo schizzinoso e non si sarebbe mai incarnato in un utero contaminato dal peccato originale? E cosa avranno visto in quelle fiamme dell’inferno i tre di Fatima, la sete di vendetta di un Dio senza amore? Anche i veggenti di Medjugorie raccontano le parole che quella “bella signora” che essi vedono ogni giorno direbbe loro perché le trasmettano a tutti i loro seguaci. Ma è proprio nella banalità ripetitiva delle parole che si possono leggere su vari siti internet o ascoltare scandite a radio Maria da una voce recitante, che sembra debba rivelare l’al di là come una sibilla, che risulta difficile pensare che Maria di Nazareth, la madre di Gesù, la credente che ricevette lo Spirito Santo assieme agli apostoli nel giorno di Pentecoste, non abbia nient’altro da fare quotidianamente che fare un giro di turismo religioso sulla Terra, per dispensare consigli di ripetitiva ovvietà. Infatti i frequentatori di Medjugorie hanno poco a che fare con i primi cristiani, che ascoltavano l’annuncio della fede in Cristo risorto e cambiavano davvero vita. Nel Nordest ben poco incidono i messaggi di Medjugorie, se non nel far recitare di più il rosario, preghiera ripetitiva che non implica nemmeno lo sforzo di “pensare” il rapporto con Dio, come insegnano i salmi biblici e le preghiere di tante religioni. Per il resto i leghisti e i berlusconiani di Medjogorie continuano a respingere gli stranieri, a vivere nella ricchezza privata, a coltivare il sano egoismo familiare. Le conversioni a cui richiamano i messaggi di quella Madonna non sono certo quelle di Paolo sulla via di Damasco, ma semplicemente un po’ di più di confessioni e pater noster di penitenza, magari con l’aggiunta di sostanziose offerte al santuario o ai preti e le organizzazioni che lo pubblicizzano. E’ difficile per un frequentatore delle lettere di Paolo, del vangelo di  Giovanni, della complessità del testo biblico, pensare che la religione cristiana sia sintetizzata nei messaggi di Medjugorie. In essi c’è la semplicioneria dei devoti mariani, che hanno ridotto il cristianesimo a una mezza superstizione medioevale. Di sicuro Medjugorie non aiuta il dialogo ecumenico, in particolare con le chiese evangeliche, il cui percorso in Occidente avrebbe molto da insegnare al cattolicesimo romano. Sentire persone che tornano dal pellegrinaggio raccontando di aver visto il sole roteare e poterlo fissare perché al centro c’era un’ostia è deprimente; così come ascoltarli mentre raccontano del clima di pace e di gioia che si vive in quella località, quando al ritorno continuano a non guardare in faccia i paesani e a coltivare il clima di discordia e di egoismo che distrugge la comunità, è dimostrativo della vanità di questi entusiasmi mariani. Un amico, di battuta facile, proprio sentendo le testimonianze dei pellegrini di ritorno da Medjugorie commentava in ladino: “Iné tornade Med-jugorie e med-gramaze”, che, facendo gioco sul significato  della parola “med”, si traduce “sono tornati metà-jugorie e metà sempliciotti”.
Lucio Eicher Clere

domenica 15 maggio 2011

Il palco trionfale e i profughi rifiutati


Se ci fosse stato bisogno di una dimostrazione di come e quanto la Chiesa gerarchica sia narcisisticamente interessata a se stessa e lontana dalla radicalità evangelica, questo lo si è visto nella visita di Benedetto XVI ad Aquileia e Venezia. Un fine settimana successivo ai clamori mediatici della beatificazione di Karol Wojtyla e volutamente tenuto alto nella spettacolarità e nella esibizione della capacità mobilitatrice di masse.  Per chi conosce la situazione delle comunità parrocchiali e delle diocesi nel Nordest la contraddizione di questa “chiesa trionfante” è evidente. Parrocchie vuote e piazze oceaniche. Magari con la convinzione di qualche dirigente ecclesiale che “ci siamo ancora; siamo ancora capaci di radunare folle”. Si è speso una cifra spropositata per la coreografia al Parco di San Giuliano a Mestre: c’è chi ha detto un milione di euro, per una messa! Come molti cristiani e altri indifferenti alla fede, sono rimasto basito nel leggere queste cifre. Ma non era più logico e coerente con la realtà dimessa di questa comunità ecclesiale veneta e friulana che il papa venisse alla chetichella, celebrando messa nelle stupende basiliche di Aquileia e di San Marco, senza spendere niente? Qualcuno obietterà che le critiche agli sprechi erano state rivolte anche a Gesù, nell’episodio di Betania, quando una donna gli versò dell’unguento sul capo, sostenendo che il ricavato di quel profumo poteva essere dato ai poveri. E Gesù rispose: “I poveri li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete”. (Mc.14, 3-9)  Ma è proprio nella parole “i poveri li avete sempre con voi” che risalata la lontananza della gerarchia dal vangelo. Le parole che Benedetto XVI si è sentito di dire ad un Veneto egoista e ostile ai terroni e ai negri, sul dovere di accogliere i profughi, sono cadute nel vuoto di una folla più attenta a provare la consolazione del cuore, per il conforto della religiosità di massa, che non a tradurre in pratica il consiglio. Il papa se n’è andato, le sue parole sono volate nel vento della laguna e i cattolici benpensati e i loro “pastori”sono tornati alla pratica religiosa abitudinaria. Infatti pochi giorni dopo se n’è avuta riprova quando hanno cominciato ad arrivare in Veneto i pullman dei fuggiaschi dal Nord Africa. Il direttore della Caritas di Belluno ha declinato l’invito ad ospitarne ancora nelle strutture della diocesi (case per ferie, canoniche,  stabili di vario genere) perché ne aveva già accolti 12 (diconsi dodici!) in un appartamento di Feltre. E non solo non si è levata contro questo burocrate una voce di rimprovero, ma la dirigenza diocesana e le inutili decine di preti sparsi in giro per i paesi della provincia non si sono fatti avanti per mettere in pratica le parole evengeliche “ero pellegrino e mi avete ospitato”. Troppo impegnati a preparare prime comunioni e cresime; troppo indaffarati a completare la benedizione delle case e racimolare euro per sistemare chiese e canoniche. E i loro fedeli non sono certo più sensibili all’accoglienza dei bisognosi. Un sindaco, sicuramente interpretando il “comune sentire” della maggioranza leghistofila, ha dissuaso un albergatore, che si era dichiarato disponibile ad ospitare nel suo albergo alcune decine di profughi, dal farlo,  “perché deve tutelare la sicurezza della propria comunità”. E chissà che lui ed altri politici della stessa risma non siano stati in rappresentanza della società veneta al parco San Giuliano di Mestre o nella chiesa della Salute a Venezia. Il palco trionfale e le masse plaudenti sono soltanto un effimera verniciatura di colore su una chiesa cadente. Verrebbe da dire, pensando a Gesù, una imbiancatura su di un sepolcro. Lo abbiamo già constatato a cosa siano serviti giubilei, sinodi, adunate giovanili. Dopo l’esplosione di entusiasmo momentaneo le comunità hanno continuato  lo stanco e incoerente percorso di sempre. E con questo non si vuole disprezzare quanto di positivo e di autenticamente evangelico si sta facendo in molte parrocchie e comunità. Ma proprio perché questo è minimo e spesso delegato al volontariato non serve esibirlo con raduni spettacolari. Anch’io, insieme a tanti, dico che quel milione di euro per il trionfo papale di san Giuliano a Mestre, come altri milioni buttati via in pubblicità per l’Istituto del sostentamento del Clero, avrebbe dovuto essere dato ai poveri e a far diventare la Chiesa povera e umile, come richiede la fedeltà al vangelo.
Lucio Eicher Clere

domenica 1 maggio 2011

La macabra reliquia del sangue di Karol Wojtyla



Ricordo un pomeriggio di luglio del 1987 nel mio paese, piccolo e adagiato in pendio tra prati e boschi. Ricordo l’emozione di un incontro, tra la gente incredula, con un uomo, papa di Roma, che faceva il semplice camminatore. Ricordo come la preghiera con lui in chiesa, il canto, furono momenti di fede entusiasta, quasi che la figura di questo papa, così diverso dai suoi predecessori chiusi nelle mura del Vaticano, fosse stata l’indicazione o la materializzazione di una presenza della divinità nella vita quotidiana. La normalità divenuta eccezionalità e toccata con mano.
Cerco di confrontare l’eccitazione spirituale di quel giorno con la depressione che provo di fronte allo spettacolo della beatificazione di Karol Wojtyla in piazza San Pietro a Roma. Non che questa scena sia aliena dal metodo impresso da Giovanni Paolo II. Anzi ne è pienamente in coerenza. Questa spettacolarizzazione del potere ecclesiastico che tende a celebrare se stesso è nel medesimo filone della super esposizione mediatica voluta da Wojtyla. Il papa dei grandi viaggi, sempre immerso in folle varipinte; il papa dei mega raduni giovanili; il papa della proclamazione di oltre 2000 tra santi e beati; il papa che ha esposto la Chiesa cattolica come centro di potere morale, a cui gli altri poteri visivamante si sono genuflessi. Ma l’illusione mia e di tanti altri credenti è stata quella di vedere questa fama, questa mediaticità, tradursi in testimonianza semplice e vissuta nella vita delle persone. Come la camminata di Karol quel giorno a Costalta. Avevo sperato che da un papa-attore, uomo di mediaticità planetaria, l’evento del giubileo del 2000, cioè un appuntamento che tradizionalmente la Chiesa cattolica celebrava con grandi pellegrinaggi e afflusso di offerte verso Roma, fosse l’occasione per ripristinare davvero lo spirito del giubileo biblico, cioè la legge di Levitico 25, 8-17, che prevedeva dopo 49 anni il riposo della terra e la restituzione ai proprietari primitivi. Avevo sognato che Wojtyla chiudesse il Vaticano per un anno e si trasferisse nelle zone più povere della terra, per testimoniare di fronte all’occidente ricco ed egoista che si doveva smettere di sfruttare le risorse dei paesi sottosviluppati e che si doveva ridare all’umanità la speranza di una nuova era di giustizia e fraternità. Un gesto profetico che non solo non ci fu, ma anzi lo stesso giubileo fu una vetrina di ipocrisia, con le richieste di perdono per gli errori della Chiesa nella storia e nemmeno un atto di pacificazione interna con le componenti del cattolicesimo critico, né un avvicinamento reale alle chiese evangeliche che hanno caratterizzato con la loro testimonianza (pensiamo ad esempio ai Valdesi) una parte significativa del cristianesimo occidentale.
Con papa Wojtyla si è svilito il significato di santità. E fu proprio lui, con le sue sfornate di santi e beati di ogni categoria e zona del mondo cattolico, a far perdere il valore di eccezionalità alla figura di una persona “elevata agli onori degli altari”. A volte mi chiedo se non avesse proprio la volontà di ridimensionare la santità a “normale” condotta di vita cristiana, abbassando il livello di “alienità” che spesso figure dell’empireo dei santificati, come Antonio da Padova o Rita da Cascia o altri taumaturghi, esprimevano. Ma se anche questo fosse stato il suo intento, di certo non è passato come messaggio dentro alla Chiesa. Anzi si è continuato a tenere viva quella commistione tra fede e superstizione, che da sempre caratterizza il riconoscimento di “virtù eroiche” nel santificando. In particolare quella “necessità” di provare l’avvenuto miracolo per dimostrare l’intervento divino. Se Wojtyla avesse voluto demitizzare la santità, bisogna dire che ne è rimasto invece vittima. “Santo subito”, quel grido elevato nel giorno dei suoi funerali, è il frutto della spettacolarizzazione wojtyliana, più che non della fatica di testimoniare la fedeltà a Gesù Cristo, che nei dententori del potere è difficile da vivere in coerenza. E dopo pochi anni ecco esaudita la folla. Volutamente dimentichi delle parole di Paolo in
I Cor. 1, 22,  Ratzinger e la Curia vaticana hanno cercato e trovato il miracolo e beatificato Karol Wojtyla. Non poteva mancare la mercificazione più macabra del culto dei santi, cioè l'esibizione delle reliquie. Per il papa polacco si è provveduto a conservare due flaconi di sangue, dentro il quale si è iniettato dell’anticoagulante. Chissà che non si ripetano le sceneggiate napolentane per la liquefazione della reliquia di San Gennaro. E magari non succeda che nell’ospedale Gemelli di Roma, dove Wojtyla è stato operato nel 1981 per la pallottola sparata da Ali Agca, non si sia conservato un pezzo di intestino!
Il papa mediatico è rimasto vittima della parte superficiale del suo servizio ai vertici della Chiesa cattolica. Sicuramente di lui, della sua vita di credente autentico, saranno altri gli aspetti da valutare e apprezzare, per chi vorrà farlo e magari seguirne gli esempi. Ma se devo pensare a quale eredità sia rimasta in Italia del ventennio wojtyliano, in una giornata di spettacolo della sua beatificazione in piazza San Pietro a Roma, posso soltanto pensare allo svuotamento dei valori e della coscienza cristiana causata dal sistema della mediaticità imposta dalle televisioni del grande corruttore. Wojtyla e Berlusconi sono stati contemporanei. Molti di quelli che si esaltano per la beatificazione del papa polacco sono gli stessi che votano per il satiro di Arcore. E non è proprio un miracolo a suffragio del beato Karol.
Lucio Eicher Clere

sabato 16 aprile 2011

La Chiesa che ha smarrito la natura profetica

Ho ricevuto da Samuele De Bettin la riflessione che segue e la pubblico volentieri su Lospiritodigioele.

Il 3 settembre 2000 la Chiesa cattolica decise di additare ad esempio di virtù cristiane uno dei papi più popolari e venerati di sempre: Giovanni XXIII. Il ricordo ancora vivo del suo breve ma intenso pontificato, ridestato dalle frequenti repliche televisive dei suoi discorsi, hanno completamente oscurato il fatto che, lo stesso giorno, un altro romano pontefice veniva elevato all’onore degli altari: Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti. All’epoca la cosa mi era subito apparsa un incredibile esercizio di equilibrismo teologico-politico, al limite del grottesco! Vaticano II e Vaticano I in un fraterno abbraccio, Pacem in Terris e Sillabo, Mater et Magistra e non expedit, il papa buono e il papa re, le carezze ai bambini e le pallottole ai garibaldini. Tutto e il contrario di tutto. Supremo esercizio di relativismo teologico! Il papa che leggeva i segni dei tempi con gaudium et spes, frenato dal papa che, come la moglie di Lot, guardava indietro all’anacronistico potere temporale, le aperture alla collegialità conciliare stemperate dall’infallibilità del papa; il principio di non contraddizione mandato in soffitta, il trionfo dell’antitesi, dell’antilogia, dell’ossimoro: Protagora in gloria! Più verosimilmente la vittoria della chiesa della paura, della chiesa di Pietro prima del canto del gallo. Paura del nuovo, paura della profezia. Appare evidente come dietro a queste scelte vi siano precisi disegni di politica ecclesiastica: affidiamo pure alla venerazione popolare quel discolo di Roncalli, che ha spinto sull’acceleratore delle riforme, ma gli affianchiamo il volto arcigno di Mastai Ferretti, che saprà contenerne l’esuberanza con qualche scappellotto restauratore.
Credo proprio che il punto sia questo. Sottolineare il valore della santità, oltre a presentare una lunga serie di contraddizioni evidenti, ha portato la Chiesa a smarrire il valore e il significato della profezia. Se concediamo (sic!) che Giovanni XXIII e Pio IX siano entrambi beati, non possiamo certo dire che sono stati entrambi profeti. Non è certo possibile liquidare semplicisticamente il millenario culto dei santi, sovente così importante nella pietà popolare, ma questo non ci può esimere dalla denuncia dell’idolatria e della superstizione che questa prassi ha portato con sé. Il pontificato di Giovanni Paolo II, il papa che nella storia ha proclamato più beati e santi di chiunque altro, ha accentuato questo fenomeno. È noto come il culto dei santi e la dottrina delle indulgenze ad esso collegato sia uno dei maggiori ostacoli sulla via dell’ecumenismo. Appare molto difficile far capire ai protestanti il senso del lungo e complesso iter canonico della beatificazione, l’applicazione dei principi del diritto romano alle questioni escatologiche, la burocratizzazione dell’aldilà, fino alla contabilizzazione del miracolo, conditio sine qua non della Santità. Francamente trovo difficile farlo capire al comune buon senso. “Beati coloro che, pur non avendo visto, crederanno”: ritengo che una chiesa che ha bisogno di segni tangibili, ancorché soprannaturali, sia una chiesa che, come Tommaso Apostolo, si fida poco dei fratelli, in ultima istanza si fida poco anche di Dio. In tutto ciò che ne è della profezia? Come mai di una beatificazione di Don Lorenzo Milani o di un Mons. Romero non c’è traccia? L’aver costretto l’intero apparato educativo italiano a rivedere le proprie posizioni o morire da martire per i propri fedeli non sono virtù da additare ad esempio? È proprio così grave essere degli spiriti liberi?
Una chiesa che timorosa si guarda indietro alla ricerca di sicurezze fondate su una strana alchimia di dogma fideistico e certezza scientifica, è destinata a trasformarsi in una statua di sale. Non credo che sia compito della chiesa essere ragionevole. Dire che lo Stato italiano non può accogliere tutti gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste può essere sensato e ragionevole, ma per questo abbiamo i politici, i tecnici del governo e della protezione civile, abbiamo il dibattito democratico e l’opinione pubblica. Ricordare che l’accoglienza, la solidarietà, la condivisione non ammettono calcoli, sarà insensato, sarà irragionevole, ma sarà cristiano, sarà profetico. Respingere chi non rientra nella fattispecie giuridica del rifugiato per motivi politici sarà forse necessario, ma non può certo essere considerato cristiano. Fa parte semmai dei limiti della nostra natura umana, del nostro essere peccatori ed egoisti, della nostra incapacità di applicare fino in fondo il Vangelo, dell’incapacità di essere pienamente cristiani. Una chiesa che ha smarrito la propria natura profetica si limita ad essere una voce tra le altre, le sue istanze possono essere più o meno condivisibili e proprio per questo umane, troppo umane.
Rimandare a casa i cinquemila che si sono radunati per ascoltare le parole di Gesù è sicuramente ragionevole, hanno fame, i cinque pani e i due pesci a disposizione degli Apostoli non possono certo sfamarli: “Date voi stessi a loro da mangiare” è l’assurda, insensata, folle parola del profeta. La ragionevolezza umana avrebbe affamato quelle cinquemila persone, le parole del profeta hanno raccolto dodici ceste di avanzi.

Samuele De Bettin