martedì 9 giugno 2015

Meglio preti amanti che celibi




La diocesi di Belluno-Feltre deve rinunciare ai suoi sacerdoti migliori a causa dell’assurda persistenza del celibato obbligatorio per chi sceglie il ministero di presbitero. 
Un clero vecchio e stanco, frustrato e inaridito nei sentimenti, tenta di far credere alla gente, anche ai fedeli più devoti, che le debolezze della carne sono un’eccezione, che il povero “don” che si è lasciato invischiare in una storia d’amore con una donna sposata e madre era “sotto stress”. Poveri ipocriti e difensori della disumanità. Stanno resistendo dentro alla trincea dell’egoismo celibatario, imponendo a se stessi ed ai pochi giovani che ancora hanno forza e coraggio per mettersi a disposizione di una comunità parrocchiale, la rinuncia all’affettività ed alla sessualità, siano esse omo o eterossessuali.  Il declino della vita cristiana negli ultimi decenni è legato anche alla scarsità di risorse umane dentro alla casta pretesca, perché la caratteristica fondamentale per “consacrare” un giovane come sacerdote è la sua rinuncia alla sessualità. Arrivano al sacerdozio pochi giovani fragili e mal-educati ai rapporti  affettivi, che non hanno chiarito a se stessi se la scelta celibataria è una caratteristica che può far parte del loro bagaglio umano, oppure se è soltanto una improvvida accettazione di un ordine assurdo e fuori del tempo.
Eppure l’amore è l’unica legge che Gesù e i suoi primi apostoli che hanno dato origine alla chiesa cristiana hanno posto come guida della fede personale e comunitaria. L’amore si esprime in vari modi, ma è sempre legame concreto, sguardo, parola, intesa di occhi e di cuore. Dall’intensità di rapporto tra madre e figlio, alla scoperta degli impulsi dell’innamoramento nell’adolescenza, alla scoperta della totalità del donarsi reciproco tra persone che si conoscono e si scelgono. L’imposizione del celibato a preti, frati e suore, con la spiegazione che la “verginità” permette di amare tutti con più apertura di cuore è un’invenzione ipocrita, che spesso si traduce nell’esercizio dell’indifferenza, perché amare tutti può anche voler dire non amare nessuno. Preferisco di gran lunga i sacerdoti e le suore che hanno il coraggio di rompere l’oppressione celibataria, anche con scelte dure e sofferte, piuttosto che il gregge dei succubi che non ha mai accostato il mistero dell’amore dentro allo spirito ed al corpo di una umanità che proprio il Dio dell’amore ha dotato di sessualità e di affettività.
Se i sinodi dei vescovi cattolici capissero il momento storico di un papato svincolato dai legacci e dai conservatorismo vaticani e affrontassero con libertà e lucidità il tema del sacerdozio non celibatario, darebbero alle comunità cristiane un segnale di grande apertura nell’anno del giubileo della misericordia. Una misericordia che essi dovrebbero esercitare verso se stessi prima di tutto, lugubri detentori di una legge mai detta e mai voluta da Gesù, se non per libera scelta di chi voglia essere “eunuco per il regno dei cieli”. L’esperienza secolare del servizio ministeriale esercitato dai “pastori e pastore” protestanti è lì a dimostrare quale sia la strada da percorrere per rendere più credibile la funzione di guida delle comunità dei credenti in Cristo. Ammettere di aver sbagliato per secoli, imponendo agli altri “pesi che non si possono portare (Mt. 23, 4)”, potrebbe essere un passo verso un ecumenismo vero e dialogante, e una finestra aperta per far entrare il vento dello spirito, che è luce e amore.
Mi sento umanamente vicino a quel sacerdote e a quella donna che hanno vissuto la fascinazione dell’innamoramento. Amare non è mai peccato.

Lucio Eicher Clere

venerdì 6 marzo 2015

Don Lorenzo Milani santo



La citazione di una frase di don Lorenzo Milani, fatta dal segretario della Lega Nord Matteo Salvini nel comizio di Roma, “l’obbedienza non è più una virtù”, lascia sgomenti quanti hanno conosciuto le parole e le opere di don Lorenzo e conoscono quelle del becero capo di un partito razzista. Verrebbe naturale citare, per contrapposizione, un proverbio popolare, “scherza coi fanti (in questo caso i fantocci, i buffoni leghisti) e lascia stare i santi”. E proprio in riferimento ai santi, l’insulto di trascinare le parole di un profeta dentro agli squallidi istinti di una mandria xenofoba, fa sorgere un desiderio e un interrogativo che sarebbe giusto rivolgere a papa Francesco: “quando proclamerà santo Lorenzo Milani?”
Per capire la singolarità e la grandezza di quest’uomo, nato nel 1923 e morto nel 1967, bisogna salire per una stradina di mezza montagna, nel Mugello, e raggiungere Barbiana, cioè una chiesa con attigui la canonica e un casolare, dove don Milani esercitò la missione di sacerdote e maestro per una ventina d’anni. Un eremo nel bosco, che la Fondazione don Lorenzo Milani, presieduta da Michele Gesualdi, uno dei primi alunni della scuola, ha voluto conservare come era allora, testimonianza viva di una avventura irrepetibile. A Barbiana don Lorenzo ha voluto essere sepolto. Il minuscolo cimitero è poco più in basso della chiesa. Anche i suoi resti corporei sono diventati terra vicino a quelli di pochi contadini che abitarono quei casolari sperduti che formano la borgata del comune di Vicchio. L’ultima sepolta è stata Eda Pelagatti, sua collaboratrice, morta nel 2002. Sulla sua lapide c’è scritto: “Ha testimoniato con don Lorenzo Milani la parola di Dio e l’amore per i poveri”.
Che la vita di don Milani sia stata una testimonianza di santità evangelica è una evidenza per  tanti cristiani, soprattutto per quelli che non credono alle sorprese casuali chiamati miracoli, per cui si invocano Madonne di tutti i tipi e Santantoni e Padrepii di varia specializzazione prodigiosa, ma danno credito alla coerenza tra parole ed opere nella sequela di Gesù.
Come Francesco d’Assisi, che si svestì della ricchezza di famiglia per abbracciare “madonna povertà”, il benestante Lorenzo Milani decise a 19 anni di cambiare vita, facendosi prete, ma non come carrierista gerarchico, bensì per stare dalla parte degli ultimi. Gli anni da cappellano a San Donato di Calenzano, raccontati nel libro “Esperienze pastorali”, sono intrisi d’amore per i poveri e gli sfruttati. Quelle pagine furono stroncate dall’osservatore romano e da Civiltà cattolica e gli fruttarono la “promozione” a parroco di 40 anime a Barbiana. Da quell’eremo la voce del profeta Milani si sparse dovunque. I semi della sua testimonianza al servizio dei ragazzi di quell’angolo di Toscana povera e disprezzata, che lui seppe far crescere in sapienza e dignità civile, si sparsero in tutta Italia e dovunque si è conosciuta  la sua azione di maestro e sacerdote.
Santificare don Lorenzo Milani in questi anni di disfacimento della società italiana e occidentale, avrebbe un valore simbolico e di sottolineatura degli autentici valori cristiani.
“Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”, frase tratta dalla “Lettera ai giudici”, che lo processarono per aver difeso gli obiettori di coscienza alla guerra ed al servizio militare, assieme ad altre schiette e profonde parole del santo sacerdote di Barbiana, possono essere proposte come programma di vita coerente per una  vera umanità libera , di fronte alla schiavitù imposta dal potere economico che propaganda il consumismo e l’edonismo indifferente alla sorte dei poveri e degli ultimi del pianeta della sofferenza.
Il suo essere stato testimone scomodo e controcorrente, fedele alla legge ma fiero di insegnare ai ragazzi la libertà di giudizio e di coscienza, ne fa un vero “cristiforme”, cioè un seguace di Gesù, che non cancellò la legge ebraica ma ne smascherò le ipocrisie e le incoerenze, fino a essere processato e rimetterci la vita.
“Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo appassionatamente attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia  o di indisciplina. Nessuno d’aver fatto carriera”. Ma proprio questa “carriera “ al contrario dovrebbe meritare per don Milani il cosiddetto “onore degli altari”. San Lorenzo Milani sarebbe un santo che pregheremmo in tanti volentieri.

Lucio Eicher Clere

lunedì 22 dicembre 2014

Appello a papa Francesco: nomini vescovo don Pierluigi Di Piazza




Caro papa Francesco,
                                       non ho mai capito quali siano i criteri che regolano le scelte degli organismi curiali vaticani, incaricati per le nomine dei vescovi, nel promuovere a questo servizio ministeriale un sacerdote. Avendo conosciuto diverse figure di vescovi in Veneto e Friuli, mi sono fatto l’idea che l’ascesa gerarchica, più che per riconosciuta qualità della testimonianza pastorale e per stile di vita coerente con la radicalità evangelica, avvenga per meriti acquisiti nei confronti dei piccoli poteri diocesani locali, per sicuro conservatorismo nell’espressione dei principi cattolici, per la capacità di mediare e fare compromessi al ribasso, forse anche per qualche spinta clientelare. Recentemente mi è stato detto che uno dei criteri vigenti presso la Congregazione dei vescovi è quello dell’appartenenza al territorio della diocesi o di una limitrofa del nominando.
      Io sono un cristiano della diocesi di Belluno, dove il vescovo titolare, Giuseppe Andrich, nei prossimi mesi compirà 75 anni e dovrà dimettersi dall’incarico. So che nell’ambiente curiale della mia diocesi c’è fibrillazione in questo periodo, con attese, indicazioni, e anche qualche ambizione, su quale potrà essere il suo successore. Nella libertà di pensiero e di parola che da sempre ha contraddistinto la mia appartenenza alla Chiesa, mi sono permesso di esporre in più occasioni la delusione mia e di altri credenti per il decennio di ministero episcopale di Giuseppe Andrich.
      Per l’amore che conservo nei confronti della comunità che mi ha trasmesso la fede, dai miei genitori, alla piccola parrocchia, alla realtà più grande, cresciuta tra le valli montanare, dove il messaggio evangelico è giunto dalla chiesa di Aquileia, vorrei poter esprimere un auspicio, che il prossimo vescovo sia un profondo e radicale testimone del vangelo, una guida coraggiosa nel cammino fragile e incerto che la nostra comunità diocesana sta attraversando.
      E’ per la novità della sua prassi, dalla scelta del nome, al definirsi “vescovo di Roma e papa”, ai tentativi quasi impossibili di cambiare il sistema di potere vaticano, che mi permetto di avanzare a lei, più che alla Congregazione dei vescovi, la proposta di un nome, per il servizio episcopale nella diocesi di Belluno-Feltre per i prossimi anni. Mi attengo al criterio di appartenenza territoriale, o perlomeno di contiguità.
     Le chiedo, papa Francesco, di nominare vescovo don Pierluigi Di Piazza, un sacerdote della diocesi di Udine.  
     Don Pierluigi è un parroco che da decenni svolge il suo servizio ministeriale nella terra friulana. E’ nato nel 1947 in un paesino della montagna carnica, Tualis, dove ha imparato i valori della povertà e dell’onestà e da lì ha percorso quella strada formativa che tanti ragazzi del dopoguerra in Italia hanno seguito, cioè il seminario e la consacrazione sacerdotale. Da una ventina d’anni è parroco in un paese alla periferia di Udine, Zugliano, dove ha unito l’attività pastorale al servizio di accoglienza di migranti e persone bisognose di aiuto, facendo diventare il “Centro Balducci” un punto di riferimento per tutto il Nord-Est sui temi della pace, della nonviolenza, dell’accoglienza, della fraternità, dell’apertura alle tematiche dei poveri dei continenti dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia.
     Don Pierluigi è un entusiasta di Gesù e del suo messaggio evangelico, e riesce a comunicare questo suo amore a chi ha modo di avvicinarlo, sia con i gesti concreti che con le parole. Conforta vedere come agli incontri con i ragazzi ed i giovani, egli riesca a comunicare la freschezza e la novità del vivere in coerenza con i principi del vangelo.
     Don Pierluigi ha avuto il merito di non chiudersi nel piccolo orto della parrocchia e della diocesi di Udine, ma di saper invece guardare oltre l’orizzonte di un terra diventata negli anni molto benestante ed egoista, per indicare nuove mete e più ampi riferimenti. Suo punto di riferimento come vescovo è don Oscar Romero, il vescovo santo del Salvador. Con le Chiese sudamericane ha stretto legami profondi, ospitando al Centro Balducci i famigliari dei sei gesuiti assassinati nell’università del Salvador, sacerdoti perseguitati della Columbia, teologi di grande prestigio, come il brasiliano, di origine bellunese, Leonard Bof.
     Don Pierluigi è in dialogo e confronto con i non credenti e ne dà esempio il libro scritto a due voci con la scienziata atea Margherita Hack.
    La diocesi di Belluno-Feltre, papa Francesco, è piccola e marginale, e in questi anni ha dimostrato di avviarsi ad un inevitabile declino umano e pastorale. Chiederle di nominare vescovo don Pierluigi Di Piazza e affidargli questo lembo di terra dolomitica vorrebbe dire accendere una luce di speranza in un tramonto avviato alla notte. Ben sapendo che le sue qualità umane e pastorali meriterebbero spazi ecclesiali più ampi e importanti, sono tuttavia convinto che la profezia si esprime e produce frutti dove lo Spirito soffia.   
   E per un credente povero e peccatore, sognare che anche il suo sperduto angolo di chiesa possa essere visitato dallo forza rigenerante del Consolatore, è speranza che vorrei affidare a un uomo venuto dalla fine del mondo, a lei papa Francesco.

Lucio Eicher Clere

domenica 26 ottobre 2014

No alle messe scolastiche: dalla parte di un preside




   Un dirigente scolastico del Cadore ha proibito una celebrazione liturgica cattolica per le scuole del suo istituto comprensivo, per rispetto dei ragazzi di altre religioni. Decisione legittima e degna di considerazione, sia dal punto di vista della separazione tra Stato e Chiesa, che del confronto aperto tra diverse visioni del rapporto individuale e sociale con la religiosità.
   Molte le critiche pervenute al preside da parte delle famiglie e dei rappresentanti istituzionali, che hanno visto nella sua presa di posizione un attacco alle tradizioni religiose di un popolo da sempre praticante della religione cattolica, oppure una prevaricazione nei confronti della maggioranza degli alunni, per un “non ben specificato agire politicamente corretto” nei riguardi delle minoranza etniche e religiose.
   Come per il crocefisso nelle aule scolastiche, che alcuni anni fa era diventato, anziché l’icona del mistero centrale della fede in Gesù di Nazareth, la bandiera dell’integralismo occidentale contro l’avanzata dell’Islam, le tematiche religiose non vengono affrontate per il loro contenuto, ma per una ipocrita forma di difesa delle pseudo identificazioni con un passato di vita sociale in cui la religione scandiva lo svolgersi dei giorni, che ormai è scomparso e totalmente dimenticato dalle generazioni del terzo millennio. Infatti a prendere posizione contro il preside, che assume un legittimo atto di indirizzo didattico, che nulla toglie alla eventuale appartenenza religiosa degli alunni cattolici, si sono fatti avanti sindaci che non vanno mai in chiesa, se non per farsi vedere con la fascia tricolore, genitori che non praticano la religione ma pretendono la sacramentalizzazione dei figli, con battesimo, prima comunione e cresima, benpensanti preoccupati solo di salvaguardare la facciata ipocrita di una società provinciale e svuotata di valori.
   Chi lavora nella scuola, in particolare nelle superiori dove gli alunni passano gli anni dell’adolescenza, sa quanto poco interessati siano i ragazzi alla religione ed ai riti che essa propone. Anche se la maggioranza opta per la partecipazione all’ora di religione cattolica, è evidente a tutti che dentro alle aule gli insegnanti scelti dalla Curia parlano di tutt’altro che di tematiche legate alla fede in Dio. Preoccupati di non perdere clienti e salvarsi il posto di insegnamento, questi  privilegiati si arrabattano a trattare argomenti piacevoli e con contenuti psico-sociali, per far passare ai ragazzi un’ora di relax mentale nelle mattinate di spiegazioni e compiti delle materie che contano per il voto finale e la promozione.  Da anni chiediamo ai ragazzi che fanno la cresima a fine delle Medie o agli inizi delle Superiori se vadano ancora in chiesa dopo quello che dovrebbe essere il “sacramento della confermazione”. Ebbene, la quasi totalità risponde con insofferenza che finalmente, dopo la cresima, si può abbandonare la frequentazione degli ambienti religiosi. Una constatazione che dovrebbero fare in primo luogo i preti ed i vescovi, ma che da decenni si rifiutano di dibattere e portare alla luce del sole, con cambiamento della prassi pastorale.
Il ritiro in disparte dei dirigenti ecclesiastici, che, per rispetto della sacralità dei riti religiosi, dovrebbero essi per primi rifiutarsi di celebrare messe di circostanza, preghiere prêt à porter, celebrazioni ad uso e consumo delle categorie richiedenti, come se la religione fosse una qualsiasi forma di folclore popolare, sarebbe un bel segnale di valorizzazione della religione autentica, quella che segue la coerenza evangelica predicata da Gesù Cristo. E la decisione di un preside che si oppone alle cerimonie religiose dovrebbe essere salutata con soddisfazione proprio da coloro che credono nel valore assoluto e misterico della ritualità legata al culto della divinità e la condivisione comunitaria di una fede individuale professata e vissuta con coerenza.
Per un credente cristiano anche il rispetto delle altre religioni è un valore importante da vivere con la legge dell’amore insegnata da Gesù.  Per troppi secoli il cattolicesimo ha praticato l’intolleranza e la condanna, proclamando “extra ecclesia nulla salus”. Meglio l’assenza di crocefissi nelle aule e una messa di circostanza in meno, che lo spregio dei contenuti del cristianesimo praticata dagli ipocriti che si richiamano ai “valori cristiani della nostra tradizione”.
Lucio Eicher Clere